venerdì 30 dicembre 2011

Pirateria somala: nata dalla marginalizzazione politica e economica di un popolo

I pirati sono sempre riusciti ad individuare rotte marittime vulnerabili e di importanza strategica. Uno di queste è quella che unisce l’Asia all’Europa, passando per il Golfo di Aden e il Mar Arabico. Una rotta che è oggi minacciata dai pirati somali. Si tratta di una rotta attraverso cui vi passa la metà dei traffici commerciali, a mezzo container, e il 70 per cento del traffico di petrolio mondiali. Un mare che quindi, riveste importanza per l’approvvigionamento di carburante per l’occidente. Attraverso esso vi passa anche un cavo sottomarino di 17mila km in fibra ottica che collega Paesi come Sudafrica, Tanzania, Kenya, Uganda e Mozambico con l’Europa e l’Asia. Quindi un’importanza anche per le telecomunicazioni.
Tutto questo ha reso i predoni del mare somali un grosso problema regionale che, i tanti Paesi che si affacciano su quel mare, hanno cercato di contrastare, ma inutilmente.
Con il trascorrere degli anni, dal 2005 ad oggi, queste gang del mare sono diventate delle vere e proprie spine nel fianco per la comunità internazionale. Esse con le loro azioni hanno finito per rendere sempre più pericolosa la navigazione al largo del Corno d'Africa e Oceano Indiano.
Da questo pericolo è poi, derivata una forte lievitazione dei costi di navigazione delle navi mercantili che hanno mandando in rovina anche diversi armatori rimasti stretti nella morsa, tra i costi sempre più alti dei premi delle assicurazioni, per le navi che battono le rotte a rischio nell’Oceano Indiano, e i predoni del mare che pretendono somme sempre di più riscatti altissimi. L'obiettivo dei pirati somali è infatti, quello di prendere una nave e il suo equipaggio intatti per poi, dirottarla nei loro porti-covi lungo i 345 km della costa del Puntland, regione semiautonoma del Nord est della Somalia. Di fatto una moderna Tortuga.
La gang del mare che compie l’atto criminale è disposta a tenere nave e uomini in ostaggio anche per diversi mesi se in cambio del loro rilascio non viene pagato un riscatto. A nulla serve tergiversare, finora nessun Paese ha mai riottenuto indietro gli ostaggi senza non aver pagato un riscatto. La somma del riscatto viene fissato dai pirati che inizialmente chiedono sempre cifre esorbitanti, anche diverse decine di milioni di dollari, ma poi, finiscono sempre per ‘accontentarsi’ di meno.
I predoni del mare finora hanno sempre dimostrato di conoscere il valore della nave, del carico e la situazione finanziaria dell’armatore.
L’importo del riscatto è stato quindi, sempre quantificato in base a questi elementi.
Il costo medio di un sequestro è lievitato di anno in anno. E’ stato stimato che la somma pagata come riscatto negli anni è aumentata mediamente di 36 volte rispetto al 2005 quando veniva pagato un riscatto di 150mila dollari.
Lo scorso anno è stato un anno terribile che ha fatto registrare quasi 240 mln di dollari pagati come riscatto ai pirati. Un computo fatto tenendo conto che, in media, per ogni sequestro, le compagnie di trasporto marittimo o i governi dei Paesi a cui appartengono navi e uomini catturati, hanno ‘sborsato’ in totale per il rilascio di una nave, oltre ai dollari incassati dai predoni del mare, in più altri 15 milioni e anche 33 milioni di dollari in ‘costi accessori’.
Ovviamente le informazioni riguardante i riscatti pagati dalle compagnie di trasporto marittimo o dai governi sono diffusi da altre fonti specie dagli stessi pirati.
Comunque sia un rapido conteggio è possibile farlo.
Guardando le statistiche degli attacchi pirati negli ultimi tre anni si osserva che nel 2009 sono state 31 le nave riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 2,1 milioni di dollari. In totale quindi, sono stati pagati almeno 65 mln di dollari, ma in effetti è possibile, per quanto detto prima, stimare che siano stati invece, pagati almeno 150 mln di dollari. Nel 2010 sono state 17 le navi riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 5,1 milioni di dollari. In totale sono stati pagati almeno 90 mln di dollari. La stima possibile è che siano invece, stati pagati almeno 238 milioni di dollari come riscatti. Nel 2011 sono state 33 le navi riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 7 milioni di dollari. In totale sono stati pagati almeno 230 mln di dollari. La stima che si può fare è che invece, siano stati pagati almeno 500 milioni di dollari come riscatti.
Del riscatto al pirata viene data solo una parte, una sorta di commissione. Questo perché dopo il sequestro entrano in gioco organizzazioni criminali a capo delle quali vi sono ‘coletti bianchi’. Organizzazioni che una volta incassato il denaro, si occupano di ripulirlo e riciclarlo attraverso società di comodo con sede a Dubai, negli Emirati e a Nairobi in Kenya.
L’alto profitto e il basso rischio hanno finora galvanizzato i predoni del mare facendoli diventare anche molto audaci.
Si stima che la pirateria globalmente costi alla comunità internazionale almeno 12 mld di dollari l'anno.
L'ONU, che con la ‘Convenzione ONU sulla Legge del mare’ ha riconosciuto la pirateria marittima come un crimine, ha emanato diverse risoluzioni che autorizzano la comunità internazionale a partecipare attivamente alla lotta contro di essa nelle acque del bacino somalo.
Un tentativo, che visti i risultati, è stato un fallimento nonostante gli sforzi della Nazioni Unite, e delle Marine Militari di NATO, USA, Europa e tanti altri Paesi. Purtroppo gli attacchi pirati nelle acque somale sono continuati ed hanno raggiunto l’apice anno dopo anno.
E’ mancato soprattutto lo stabilirsi di una sorta di fiducia tra somali e comunità internazionale. Una mancanza che non ha dunque condotto a far nascere la necessaria collaborazione tra le due parti che avrebbe invece, certamente condotto, con più celerità, a sradicare il fenomeno dalle acque del Corno D’Africa.
L’errore principale commesso da tutti è stato quello di trattare tutti i somali, indistintamente, come criminali. Invece, andava fatta una distinzione tra i somali banditi e i somali difensori delle risorse locali.
Infatti, alla base della nascita della pirateria marittima nel mare al largo della Somalia vi è la lotta intrapresa dai pescatori somali definibili ‘pirati difensivi’. Azioni le loro, dettate dal bisogno di difendere il loro mare dalle flotte pescherecce stranieri. Navi che lo depredavano del suo pesce togliendo ai somali l’unica risorsa che avevano. Inoltre, queste azioni sono nate anche per difendere il mare della Somalia da chi lo utilizzava come una discarica di rifiuti velenosi.
All’inizio vennero infatti, sequestrati numerosi pescherecci poi, liberati solo dopo aver ricevuto una sorte di indennizzo quantificabile con somme variabili tra i 50mila e i 150mila dollari.
A volte i ‘pirati difensivi’ si accontentavano solo di spaventare quelli che allora essi vedevano come dei ‘predoni’ stranieri in quanto il loro scopo era solo fermarli e non di ricavarci un bottino.
Il fatto poi, divenne invece, occasione per altri somali per cercare di dirottate i mercantili che ogni anno a migliaia solcano le loro acque. Questi uomini sono definibili questi ‘pirati da riscatto’ in quanto le loro azioni sono dettate dal desiderio di ottenere un bottino individuabile nella richiesta di riscatti per il rilascio delle navi e dei loro equipaggi che avevano catturato.
Questi pirati sono gente abituata a combattere, miliziani somali e avventurieri, anche stranieri, ed erano, e lo sono tuttora, sostenuti economicamente da avidi uomini d'affari.
Questi ‘banditi’ si sono mischiati ai ‘pirati difensivi’, ma sono ben distinguibili per violenza e per modalità di azione. I Signori della guerra locali hanno da sempre facilitato le azioni di questi ‘pirati da riscatto’ in quanto di certo partecipano ai loro ‘guadagni’. La caratteristica del fenomeno è appunto che esso è un problema per molti, ma una ‘cuccagna’ per tanti altri.
Prima degli attuali pirati però, nel mare della Somalia hanno agito anche altri pirati, quelli ‘politici’. Infatti, i somali appartenenti al ‘Movimento Nazionale Somalo’, SNM, che si battevano contro la dittatura militare in Somalia, nel periodo a cavallo tra fine anni’80 e inizio anni’90 diedero vita ad una sorta di pirateria marittima di natura politica.
Questi somali, per impedire che al regime di Siad Barre giungessero rifornimenti, minacciarono la comunità internazionale che avrebbero attaccato ogni nave diretta ai porti somali. Questi pirati politici, che giunsero a catturare e dirottare anche due mercantili, scomparvero dopo la cadute del regime nel 1991. Nel maggio dello stesso anno nacque la repubblica del Somaliland.
Ed ecco spiegato forse anche perché molti somali difendono la pirateria che alla luce di quanto esposto è nata come effetto della marginalizzazione prima politica e poi economica di un popolo. Ed è forse su questi due punti che andrebbe fatto un lavoro di ‘cucitura’ della slegatura che esiste attualmente tra contrasto e causa del fenomeno.
Praticamente il fenomeno al largo della Somalia è nato ufficialmente nel febbraio 2005 quando venne compiuto il primo sequestro di una nave a scopo estorsivo. Nel 2006 il fenomeno subì una battuta di arresto in seguito all’azione di contrasto condotta dai miliziani dell'Unione delle Corti Islamiche, UCI, allora al potere nel Paese del Corno D’Africa dopo la loro caduta i pirati somali tornarono. Successivamente l’attuale Governo di Transizione Federale somalo, TFG, ha condotto, in maniera altalenante, ambigua e inutilmente, la lotta alla pirateria nonostante che la comunità internazionale contribuisca economicamente in maniera generosa a questa lotta. Di fronte a questo comportamento la comunità internazionale ha cominciato a instaurare rapporti anche con altri partner regionali. Questo in quanto è ormai certo che il fenomeno è legato all’instabilità della Somalia. Di fronte a questa certezza e al fatto che il TFG ha fallito la comunità internazionale ha cominciato a ‘coltivare’ i contatti con i governi del Somaliland e del Puntland.
Si tratta di due regioni situate nel nord della Somalia da cui si sono distaccate, che si sono dimostrate partner più affidabili nella lotta alla pirateria. Questi due stati, tuttavia, non sono stati riconosciuti ufficialmente dalla comunità internazionale che non accetta uno spezzettamento della Somalia.
Proprio nel Somaliland dal novembre 2010 vi è operativa una prigione costruita con aiuti economici internazionali e dove sono stati incarcerati diverse centinaia di presunti pirati. Un passaggio importante questo di fronte al fatto che i pirati somali continuano a godere di una certa impunità nonostante la minaccia che essi rappresentano per il commercio internazionale e l'impatto negativo della loro attività criminale su ostaggi e le loro famiglie.
Finora sono stati appena un centinaio i pirati somali condannati per le loro gesta.
Presunti pirati somali arrestati dalle forze navali internazionali sono in carcere e sono stati anche processati in almeno 20 Paesi. Tra i pochi Paesi che hanno dimostrato di voler concretamente combattere i pirati somali figurano Olanda, Stati Uniti, Francia, India, Corea del Sud, Yemen, Spagna, Germania, Comore, Belgio, Madagascar, Seychelles, Somalia, Giappone, Tanzania e ultima Italia.
L'estendersi del pericolo ha indotto diversi giuristi e uomini politici di tutto il mondo a lanciare l'idea di creare un apposito Tribunale Penale Internazionale, come quello già operante all'Aja per i crimini di guerra, contro l'umanità e il genocidio. Purtroppo questa idea non ha trovato consensi in tutti i Paesi. Tra quelli non favorevoli spicca inspiegabilmente la stessa Somalia.

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DARFUR:NON C'E' PIU' TEMPO DA PERDERE!

IN DARFUR SONO DECINE SE NON CENTINAIA LE PERSONE CHE MUOIONO OGNI MESE...
FAI LORO DEL BENE... AIUTA I RIFUGIATI E I PROFUGHI DEL DARFUR FACENDO UNA DONAZIONE ALL'AGENZIA ONU PER I RIFUGIATI UNHCR CHIAMA LO 0680212304 PER SAPERE COME FARE....
RICORDATI BASTANO 31 EURO PER ACQUISTARE 8 COPERTE, 51 EURO PER UNA TENDA E 200 EURO PER DARE ASSISTENZA MEDICA A 25 FAMIGLIE...

Un bambino del Darfur

Un bambino del Darfur
aiuta ad aiutarlo sostieni le iniziative pro Darfur
In Darfur dal 2003 ad oggi sono state compiute esecuzioni, anche di massa, stupri, soprattutto di massa, nei confronti di donne, uomini e bambini e interi villaggi sono stati rasi al suolo. Il terrore è stato usato come pratica generalizzata e a sfondo razziale mentre lo stupro è diventato una vera e propria arma da guerra.
Il governo sudanese di Khartoum da parte sua ha bombardato senza sosta i civili, e ha reso sempre più difficili le operazioni di soccorso delle organizzazioni umanitarie nei confronti delle genti del Darfur, fino al punto di far scappare via la maggior parte delle Ong operanti nella regione sudanese e liberarsi così di scomodi testimoni di quanto accadeva in quei luoghi. La stessa tattica è stata seguita prima con i peacekeepers dell'Ua e poi con quelli dell'Onu...
Tutto il mondo è a conoscenza di quanto accade in quella remota regione sudanese e lancia denunce. Da un lato Washington parla di genocidio, dall’altro l'Onu parla di catastrofe umanitaria e di pulizia etnica.
Il tutto però resta nella totale impunità!
Intanto, dal Febbraio 2003 anno in cui è iniziata la ribellione della popolazione di etnia africana del Darfur, circa 6 milioni in maggioranza musulmana e in parte animista, contro il governo sudanese, musulmano ma integralista e soprattutto di etnia araba e bianca, è scoppiato il conflitto che ha causato finora circa 300mila morti e due milioni e mezzo di profughi. Una protesta nata per lo stato di totale abbandono e sfruttamento in cui la popolazione nera era tenuta. La repressione del governo centrale è stata spietata, soprattutto facendo uso dei Janjaweed, i diavoli a cavallo, che sono milizie nomadi di etnia araba che hanno compiuto tutti gli orrori possibili e inimmaginabili contro le genti del Darfur di etnia nera, per lo più contadini e pastori.

Il pianto di un innocente a Gaza

Il pianto di un innocente a Gaza
Ancora una volta il mondo intero si dovrebbe vergognare!!!
La guerra chi puo raccontarla? E' difficile farlo ma tutti possiamo immaginare come sia il sentire l'odore dei morti abbandonati nelle strade o sotto le macerie, il vedere i bambini che muoiono di fame accanto al cadavere della madre, il sentire il lamento dei feriti e lo strazio dei sopravvissuti, di chi si vede impotente e maledice chi gli ha portato via tutto.
Nella Striscia di Gaza siamo ormai quasi alla terza settimana di bombardamenti e inesorabilmente, come non potrebbe essere diversamente con tutta la tecnologia militare del 21° secolo che gli israeliani stanno usando, il numero dei morti tra i civili continuato ad aumentare, mentre l'esercito israeliano bombarda le loro case si moltiplicano tra i palestinesi le scene di disperazione e di dolore causati dagli effetti devastanti della guerra che certamente non sono cambiati nel tempo anzi al contrario.

Giugno 2009: La rivoluzione di velluto in Iran

Giugno 2009: La rivoluzione di velluto in Iran
Sono solidale con i persiani che manifestano

Il 12 giugno 2010 è caduto il primo anniversario delle contestate elezioni iraniane. Elezioni che decretarono la riconferma a presidente dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad. Il Paese ha vissuto le prime ora di questa giornata con una calma carica di tensione che poi, è scoppiata nel pomeriggio intorno alle 16, le 13.30 italiane con i primi scontri tra manifestanti e forze di sicurezza nei pressi dell’Università Sharif di Teheran. Era impensabile che l’opposizione iraniana del movimento riformista dell’Onda Verde si facesse scappare questa occasione per proclamare il proprio dissenso al regime degli Ayatollah. I luoghi delle sanguinose proteste post elettorali di un anno fa si sono quindi di nuovo riempiti di manifestanti. Questo, nonostante l’appello dei leader dell’opposizione, Moussavi e Karroubi, a evitare di scendere in piazza e nonostante che le forze di sicurezza avessero preso posizione in vari punti strategici del centro di Teheran per prevenire manifestazioni. Nonostante le proteste e le accuse di brogli elettorali il contestato presidente Ahmadinejad ha potuto proseguire nel suo mandato, quasi certamente usurpato, grazie all’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema. La lotta continuerà. Viva la Persia! Viva il movimento riformista!


i 44 presidenti degli Usa

i 44 presidenti degli Usa
da www.patrickmoberg.com/blog/id:420/november-4-2008

The President United States of America

The President United States of America
Barack Obama

E' morta Miriam Makeba

E' morta Miriam Makeba
Addio Mama Afrika....io continuerò a sognare...

Notes

***

Italia. Violenza sessuale è allarme sociale


Dopo i recenti casi di stupri, a Roma, Bologna e Milano non si riesce quasi più a tenere il conto degli episodio di violenza sessuale che, dall'inizio dell'anno, si stanno susseguendo in Italia ad opera principalmente di stranieri. Un orribile reato che si verifica nelle grandi città metropolitane come nei piccoli centri urbani. Emergono dati da brividi dalle informazioni fornite dal Presidente facente funzioni del Tribunale di Como Giuseppe Anzani e dal Procuratore capo Alessandro Maria Lodolini. Ogni 4 giorni in Procura a Como arriva una denuncia per violenza sessuale. I fascicoli aperti tra luglio 2007 e giugno 2008 sono stati 89, tra violenze sessuali e pedofilia. Ma è solo la punta di un iceberg in quanto, il reato, per la quasi totalità è sommerso perché prevale ancora la paura e la vergogna a denunciare la violenza subita. Fino ad oggi la violenza che subivano le donne era soprattutto domestica, ma gli episodi di violenza che hanno visto protagoniste, loro malgrado, delle donne avvenuti negli ultimi giorni, per le strade, propongono una nuova emergenza. Un autorevole testimonianza è portata da Telefono Rosa che da anni conosce il fenomeno ed assiste le vittime. “Ciò che sta avvenendo dall'inizio dell'anno, precisa il presidente Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, mi preoccupa. Non so se è solo l'effetto di maggiori denunce ma, dal nostro osservatorio, non era mai stato rilevata una cosa simile”. Gli avvenimenti degli ultimi giorni non fanno altro che conferma un'allarmante costante: in testa alla classifica degli autori di stupri ci sono gli stranieri. Il triste primato vede fra i primi i romeni, seguiti da marocchini e albanesi che sembra abbiano dato il via ad una esecrabile escalation di violenza contro le donne. Assodato che nella stragrande maggioranza dei casi questi episodi sono commessi da stranieri, spesso clandestini, ora si deve dare a tutto questo uno stop. Certezza della pena, custodia cautelare in carcere per chi è accusato di violenza sessuale ed esclusione di attenuanti per chi delinque sotto effetto di alcool e droghe. Tutto ovviamente tenendo conto di due elementi fondamentali: abbattere l'allarme sociale provocato da questo tipo di reati e tutelare la dignità della vittima, che va assicurata anche nel percorso dibattimentale.
Per raggiungere un risultato anzitutto è importante l'introduzione nel ddl sicurezza dell'obbligo del carcere per chi stupra. Forse il decreto 'anti-stupro' sarà pronto per venerdì esso dovrebbe contenere, come annunciato, importanti novità: gli accusati di stupro non potranno beneficiare della libertà condizionale, ci sarà un avvocato a spese dello Stato per le vittime di violenza sessuale, arriveranno nuovi presidi di polizia con relativi stanziamenti, saranno anticipate le norme contenute nel ddl anti-molestie che la Camera ha già approvato. Tra le altre cose, ci dovrebbero essere anche aggravanti se a commettere violenza sono familiari, partner o tutori; un pesante aggravio di pena se la vittima è sotto i 14 anni; uguale trattamento, invece, se la vittima è maggiorenne o appena sotto i 18; ergastolo sicuro, se allo stupro segue la morte della vittima. Mano pesante anche per i complici: nessuna possibilità di godere dei domiciliari neppure per i favoreggiatori.

***

La scuola pubblica in Italia con la 'Riforma Gelmini'

Esprimo la mia piena solidarietà con tutti coloro che protestano contro la Legge 133/08 la cosidetta 'Riforma Gelmini'....

Le cifre presentate nel decreto fanno venire i brividi: i tagli previsti dal decreto legge 112, poi convertito nella legge 133/08, e gli ulteriori provvedimenti contenuti nel decreto 137 porteranno, a livello nazionale, ad una riduzione di circa 100mila posti tra il personale docente e di 43mila posti tra quello Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi).
Per molti, anche per i non addetti ai lavori, l'effetto provocato dalla legge che in pratica azzererà in poco tempo le faticose conquiste di anni e anni, non solo in termini di posti di lavoro, ma anche di mission- educativa e di didattica, rende il momento dei più cupi e tristi degli ultimi anni. Ai tagli vanno poi sommati, le conseguenze che scaturiranno dalla reintroduzione del maestro unico nelle scuole elementari.
L'Europa chiede più scuola, più sapere e l'Italia che fa?
Il contrario!
Rientrodurre il maestro unico è compiere, di sicuro, un passo indietro di almeno mezzo secolo. Se non addirittura si ritorna al tempo del libro cuore, senza offesa per quel libro mio compagno di tanti pomeriggi.
Perchè tutto questo? Bella domanda!
Molto probabilmente si tenta di mascherare con questa supposta riforma quello che è il vero scopo del provvedimento: incassare o meglio risparmiare in poco meno di 4-5 anni 8miliardi di euro. Questa è la cifra stimata, che dovrebbe restare nelle casse dello stato.
Un risparmio quindi certo ottenuto tagliando centinaia di migliaia di posti di lavoro ma al contempo che produrrà anche un effetto negativo: quello di un drastico ridimensionamento del servizio scolastico pubblico in favore forse di quello privato. Inoltre un'altra diretta conseguenza della L.133/08 sarà la chiusura di decine e decine di plessi scolastici.
Molte scuole, soprattutto nei piccoli centri urbani, non ci saranno più. A scomparire sarà anche un altro degli elementi cardine dell'istruzione primaria italiana: il tempo pieno. Bisogna fare attenzione, chi sostiene che il tempo pieno non sarà toccato dalla riforma o che addirittura aumenterà mente sapendo di farlo.
Rifletteteci un poco e capirete perchè!
Se prima, per ogni 2 classi, c'erano 3 insegnanti d'ora in poi sarà uno per classe, a seguire e istruire dai 20 ai 30 alunni e che svolgerà il suo orario lavorativo settimanale esclusivamente di mattina. Pertanto al pomeriggio non potrà esserci altro che un sorta di dopo-scuola, trasformando il tempo pieno di fatto in un parcheggio pomeridiano per i bambini, che nulla ha da condividere con l'offerta didattica di cui fino ad ieri, prima della 'riforma Gelmini', gli alunni potevano usufruire con il tempo pieno.

...

ARRIVERA' PER NATALE UNA 'SOCIAL CARD' AD OLTRE 1MLN DI ITALIANI 'POVERI'

C’è un detto che dice: "meglio poco che niente!".
In questo caso tra il poco e il nulla ci sono così poche differenze che è difficile distinguerli.
La 'social card, almeno per il momento, sembra più l’ennesimo spot varato dal governo che piuttosto un provvedimento serio in grado di aiutare per davvero i più bisognosi.
Nessuno però si è ricordato di dire che ogni spesa effettuata con la 'social card' in automatico sarà data una commissione alla Mastercard che è la società che ha emmesso ed è la proprietà della card.
Bhe! Almeno qualcuno di certo ci guadagnerà da questa iniziativa...
Appare strano che un'iniziativa così benefica abbia comunque dei costi accessori...stranezze tutte italiane!

***

Parole....di Abraham Lincoln

Non si può arrivare alla prosperità

scoraggiando l'impresa.
Non si può rafforzare il debole
indebolendo il più forte.
Non si può aiutare chi è piccolo
abbattendo chi è grande.
Non si può aiutare il povero
distruggendo il ricco.
Non si possono aumentare le paghe
rovinando i datori di lavoro.
Non si può progredire serenamente
spendendo più del guadagno.
Non si può promuovere la fratellanza umana
predicando l'odio di classe.
Non si può instaurare la sicurezza sociale
adoperando denaro imprestato.
Non si può formare carattere e coraggioto
gliendo iniziativa e sicurezza.
Non si può aiutare continuamente
la gente facendo in sua vece quello che potrebbe
e dovrebbe fare da sola.

USA 2008: ELETTO PRESIDENTE BARACK OBAMA

USA 2008: ELETTO PRESIDENTE BARACK OBAMA

marito e padre

i due rivali

genere umano

GIOCHI OLIMPICI DI PECHINO

GIOCHI OLIMPICI DI PECHINO
da peacereporter

23/02/2002 - 02/07/2008 Ingrid Betancourt è stata liberata!

23/02/2002 - 02/07/2008                  Ingrid Betancourt è stata liberata!
faccio mia la gioia di tutti!

Finalmente liberi!!!

Finalmente liberi!!!

Grazie a loro la Betancourt è libera

Grazie a loro la Betancourt è libera
il ministro della Difesa colombiano Santos e il generale Montoya

Grazie Uribe!!

Grazie Uribe!!
La Betancourt ha incontrato il presidente colombiano Uribe che vinse le elezioni del 2002

madre e figlia!

madre e figlia!
Yolanda Pulecio e Ingrid Betancourt

le due Betancourt

le due Betancourt
Ingrid abbraccia la madre Yolanda

La gioia della libertà riconquistata

La gioia della libertà riconquistata
Ingrid Betancourt dopo la liberazione