martedì 17 gennaio 2012

Le ribellioni armate sudanesi perdono due importanti leader

Per una serie di circostanze simili 2 leader ribelli sudanesi sono stati accomunato nella morte.
Si tratta di George Athor ex generale dello Spla, l'ex movimento ribelle del sud diventato poi, esercito regolare del Sud Sudan, e di Khalil Ibrahim capo del Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza, Jem, uno dei principali gruppi ribelle del Darfur e anche il più forte. Entrambi sono stati uccisi alla fine del mese di dicembre scorso.
Le loro sono morti che di fatto rimettono tutto in discussione in quella parte del continente africano dove è in corso una guerra di ribellione nella regione occidentale sudanese del Darfur e scontri armati tra gruppi ribelli dissidenti e esercito sud sudanese.
Di certo da ora in poi, mancheranno dalla scena due importanti attori caduti forse vittime di un diabolico piano architettato e messo in atto forse anche con complicità straniere. Un piano che ha tolto di mezzo due importanti pedine dello scacchiere africano dove si sta giocando un’importante partita che vede coinvolti anche diversi Paesi stranieri.
Con molta probabilità l’eliminazione dei loro leader segnerà la fine dei due gruppi ribelli o per lo meno avrà una forte influenza sul loro futuro condizionandone in qualche modo le loro prossime mosse.
Certamente queste due morti, avvenute in circostanze quantomeno sospette, amplificano fortemente i dubbi che in tanti hanno sui processi di pacificazione avviati sia in Darfur sia nel Sud Sudan.
George Athor è morto in circostanze più o meno sospette nella contea sud sudanese di Morobo al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Il generale dissidente, che viaggiava sotto mentite spoglie, stranamente si trovava lontano dallo Stato di Jonglei, il territorio controllato dal suo gruppo ribelle. Athor era infatti, leader di un gruppo ribelle dai lui fondato, il Movimento democratico del Sud Sudan, Ssdm/a.
Si tratta di un gruppo ribelle che in poco tempo è diventato una vera e propria spina nel fianco per le autorità di Juba. Arrivando con le sue gesta ad oscurare il periodo post indipendenza.
Oltre a quello del Ssdm/a il fronte dei dissidenti sud sudanesi comprende almeno un’altra decina di gruppi ribelli che operano nel Paese africano contro il governo di Juba.
La morte dell’ex generale è avvenuta a pochi mesi dalla fine di una tregua in vigore tra il suo gruppo e il governo sud sudanese.
Per le autorità di Juba Athor è morto ucciso in uno scontro a fuoco con le guardie di frontiera forse mentre l’ex generale era di ritorno dal Ruanda, mentre per i suoi è caduto vittima di un complotto internazionale che vede coinvolta anche l’Uganda. Il generale Athor era infatti, anche un forte sostenitore del gruppo ribelle del Lord’s resistance army, Lra, che in Uganda si batte contro il governo di Kampala del presidente Museveni.
Athor, di etnia dinka, era stato vice capo di stato maggiore del nuovo esercito sud sudanese, ma anche la figura dissidente più rappresentativa del nuovo stato africano nato nel luglio del 2011.
L’ex generale era il principale ostacolo ad ogni trattativa. La sua eliminazione di fatto potrebbe essere da monito a tutti gli altri dissidenti spingendoli a riprendere le trattative con il governo centrale sud sudanese.
La morte di Athor è stata preceduta da quella di altri dissidenti che come lui si erano mostrati ostinati e poco propensi al dialogo con Juba. Tra questi Gatluak Gai, Gabriel Tang Gatwich Chan detto Tang Ginye.
Questi uomini sono tutti morti in circostanze più o meno sospette e per una strana coincidenza le loro vicende ruotano tutte intorno ad uno dei 10 stati del Sud Sudan, lo stato di Jonglei.
Nell’aprile del 2010 Athor si era candidato come indipendente a governatore proprio per lo stato di Jonglei. Una sfida la sua, al suo stesso partito che aveva invece, designato come candidato Kuol Manyang Juuk. Quando quest’ultimo ha vinto le elezioni sebbene Athor fosse il favorito, il generale non ha accettato il risultato e come tanti altri ha denunciato brogli elettorali.
A questo punto l’ex generale è entrato in conflitto con il governo di Juba e ha dato vita ad una sorta di ribellione armata.
Il crescere della dissidenza interna ha spinto il governo sud sudanese ad intraprendere forti iniziative politiche e anche militari per reprimere e stroncare l’insurrezione armata nel Paese scaturita dal dissenso interno.
Visto l’incapacità di dominare i vari gruppi ribelli militarmente il governo di Juba ha poi, cercato di promuovere un processo di amnistia e di integrazione ambedue però, falliti perché in un modo o nell’altro sono stati sempre disattesi dall’una o dall’altra parte.
A pochi giorni di distanza è morto in Sudan anche Khalil Ibrahim. Una morte avvenuta nell'indifferenza di tutti. Eppure si trattava del capo del Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza, Jem, uno dei principali gruppi ribelle del Darfur e anche il più forte.
Ibrahim era da poco rientrato in Sudan dopo un esilio volontario in Libia di cui godeva protezione e aiuti. Questo gruppo insieme all'altro principale gruppo, il 'Sudan Liberation Army', Sla/Slm, diede il via, nel febbraio del 2003, ad una guerra di ribellione nella regione occidentale sudanese del Darfur. Una ribellione per ottenere che Khartoum investisse una parte degli introiti provenienti dalle risorse petrolifere del Paese africano per lo sviluppo di quell'area emarginata e dimenticata dal resto del Paese.
Lo Jem non ha mai accettato di sottoscrivere accordi di pace con Khartoum che non contemplassero l'affermazione della giustizia per il popolo del Darfur.
L‘eliminazione di Ibrahim è apparsa subito come un messaggio diretto a tutti i ribelli sudanesi a riprendere il tavolo delle trattative per raggiungere un accordo senza più spargimenti di sangue. Un accordo che fino ad ora non era stato possibile raggiungere proprio per l’intransigenza dimostrata dallo Jem di Khalil Ibrahim.
Un ulteriore motivo per volere la fine del leader sudanese nasceva dal fatto che i ribelli dello Jem avevano stabilito un’alleanza con l’Splm/n che combatte il governo del sud Kordofan e Nilo Azzurro al confine con il Sud Sudan. Un’alleanza che dalla scorsa estate ha portato i ribelli darfuriani a combattere i soldati di Khartoum anche nello stato di Kordofan del Sud alla frontiera con il Sud Sudan.
Ancora una volta ritornano legami con la questione sud sudanese.
Khalil Ibrahim è stato ucciso la notte tra il 23 e il 24 dicembre del 2011 nel corso di un raid aereo mirato. Un missile ha centrato con precisione sospetta l’auto in cui si trovava il leader dello Jem. Il mezzo si trovava in un accampamento a Wad Banda proprio al confine tra Darfur e Kordofan. Per i ribelli si è trattato di un attacco di alta precisione reso possibile solo con collusioni locali e cospirazioni internazionali. Di fatto i ribelli dello Jem sostengono che la morte del loro leader sia stata una vera e propria esecuzione.
In un primo momento il portavoce dell'esercito sudanese, il colonnello Khalid al-Sawarmy Saad aveva dichiarato che: "Le nostre valorose forze armate sostenute dagli abitanti di Wad Banda sono state in grado di uccidere il ribelle Khalil Ibrahim, insieme ad alcuni dei suoi collaboratori. Successivamente il ministro della difesa sudanese, Abdhul Rahim ha spiegato smentendolo che invece, che l’uccisione di Khalil è stata resa possibile grazie al rilevamento di una telefonata la cui traccia ha guidato i missili lanciati da un aereo di Khartoum.
Confermando quindi, il ricorso a sofisticate tecnologie che di certo le forze armate sudanesi non possiedono.
Con Khalil sono morti anche altri membri direttivi del movimento per cui si può dire che in un sol colpo lo Jem è stato decapitato e con esso forse la rivolta in Darfur.
Comunque sia quella ottenuta si tratterebbe di una vittoria importante per il governo di Khartoum che da anni si fronteggia con i ribelli darfuriani. Per cui potrebbe sembrare anche giustificabile che da parte della comunità internazionale non si sia alzata alcuna voce.
Però, per i ribelli dello Jem la morte del loro leader è anche responsabilità di tutta la comunità internazionale. Una comunità che da anni cerca ostinatamente di riportare la pace nella tormentata regione sudanese promuovendo e sostenendo, anche economicamente, accordi di pace che poi, si concludono in un nulla di fatto.
Facile capire quindi il perché della reazione dei miliziani sudanesi.
Per tutti è chiaro che il capo dei ribelli del Darfur non è stato ucciso dai soldati di Khartoum nel corso di uno scontro armato, ma la sua morte è stata una vera e propria esecuzione.
Tra le due parti è ancora in vigore, sebbene violato più volte, un cessate il fuoco dal febbraio del 2010. Pertanto, sarebbe stata compiuta una violazione agli della comunità internazionale se fosse stato compiuto un attacco. In questo modo invece, si è trattato di un bombardamento che è stato letale per il leader sudanese.
Quando venne firmato l’accordo per il cessate il fuoco, il 17 febbraio del 2010, a Doha nel Qatar nel corso di colloqui tra rappresentanti del governo sudanese e dei ribelli dello Jem, si festeggiò. La gioia era per il fatto che sembrava che la pace fosse ormai vicina. Vennero addirittura gettate le basi per una conferenza di pace sulla martoriata regione sudanese. Però, dopo ogni altro colloquio che è seguito non ha dato risultati positivi.
Anche se non era la prima volta che veniva raggiunto un accordo tra i ribelli del Darfur e il governo di Khartoum, tutti poi, disattesi nel tempo dai secondi. Per molti l’accordo del febbraio 2010 poteva essere la possibilità che tutti cercano per poter finalmente fermare gli scontri e non far aumentare ulteriormente il bilancio stimato di circa 300mila morti ed oltre 2 milioni e mezzo di profughi e rifugiati provocati dalla guerra civile in atto nella regione sudanese. Il Darfur è infatti, la regione del Sudan dove è in corso una guerra civile che dura ormai dal 2003 ed è condotta da diversi gruppi ribelli contro il regime sudanese. Una guerra civile che ha anche assunto una connotazione etnica alimentando in Darfur forti tensioni etniche tra le popolazioni arabe e africane. Tensioni che per molti è il presidente sudanese Omar el Bashir ed il suo governo ad aver esasperato alleandosi con i miliziani arabi dei Janjaweed meglio noti come diavoli a cavallo. Si tratta di gente abituata a razziare e uccidere senza pietà, che in Darfur si sono resi colpevoli di efferati attacchi contro la popolazione civile, compiendo omicidi, razzie, stupri e mutilazioni. Tutto questo ha innescato una spirale di violenza che nel tempo è diventata talmente brutale che oggi tutti gli osservatori dei diritti umani si trovano concordi nel affermare che il Darfur è teatro di crimini di guerra e di crimini contro l'Umanità. Gli USA sono andati anche oltre affermando che vi è in corso un genocidio volto a scacciare da questa regione sudanese la popolazione di etnia africana in favore di quella araba.
La comunità internazionale, ONU in testa, per contrastare la situazione venutasi a creare in seguito alla ribellione in Darfur, che ha poi dato vita ad una vera e propria catastrofe umanitaria, ha inviato sul posto prima una missione di pace dell'Unione Africana, Ua, di appena 7.500 uomini dimostratasi un fallimento e terminata nel dicembre 2008 quando è stato poi, deciso di inviare una nuova missione di pace mista ONU/Ua, UNAMID, di 25mila uomini. Un dispiegamento, quello dei caschi blu in Darfur, che sebbene è stato frutto di accordi internazionali con Khartoum, non è stato completato e il contingente dispiegato sul terreno si è mostrato in numero e con mezzi insufficienti, e quindi di fatto la missione dei peacekeepers si è dimostrata, ancora una volta, incapace di arginare il progressivo aumento delle violenze contro le popolazioni del Darfur. Pertanto la situazione nella regione occidentale sudanese rimane critica e appare impensabile che si possano registrare miglioramenti. A nulla è servito nemmeno l’emissione da parte del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja, Tpi, di un mandato di cattura contro il presidente sudanese Omar el Bashir per genocidio, crimini di guerra e contro l'Umanità, per quanto è stato compiuto in Darfur.
Questo fece allora di El Bashir l'unico capo di Stato in carica nei confronti del quale è stato emesso un mandato d'arresto internazionale.
Alcuni gruppi ribelli meno intransigenti hanno accettato di sedersi allo stesso tavolo dei rappresentanti di Khartoum per negoziare altri invece, si sono rifiutati. Questi ultimi confidando sulla conclusione della procedura giudiziaria internazionale in corso contro il presidente sudanese.
In effetti raggiungere un accordo sembra interessare poco soprattutto a Khartoum che molto probabilmente con gli accordi che sigla e poi, puntualmente disattende punta solo a guadagnare tempo.
A conferma è il fatto che l’accordo di Doha del febbraio 2010 venne siglato poco prima del voto dell'11-15 aprile. In questa data in Sudan, dopo 24 anni, si svolsero le prime elezioni presidenziali, legislative e locali multipartitiche. Per cui conveniva che la situazione fosse tranquilla durante il voto. Un voto che ha sancito la definitiva consacrazione a leader indiscusso del Sudan del generale Omar Hassan el Bashir. Prima non lo era di fatto, in quanto dopo aver preso il potere con un colpo di stato nel 1989 si era poi, autoproclamato presidente del Paese africano nel 1993. Con il suo avvento il Sudan si divise in nord, arabo e islamico, e sud, nero, cristiano e animista. Una divisione che poi, è stata sancita definitivamente con il referendum del luglio del 2011 che ha portato alla nascita di un nuovo stato africano, il Sud Sudan.

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DARFUR:NON C'E' PIU' TEMPO DA PERDERE!

IN DARFUR SONO DECINE SE NON CENTINAIA LE PERSONE CHE MUOIONO OGNI MESE...
FAI LORO DEL BENE... AIUTA I RIFUGIATI E I PROFUGHI DEL DARFUR FACENDO UNA DONAZIONE ALL'AGENZIA ONU PER I RIFUGIATI UNHCR CHIAMA LO 0680212304 PER SAPERE COME FARE....
RICORDATI BASTANO 31 EURO PER ACQUISTARE 8 COPERTE, 51 EURO PER UNA TENDA E 200 EURO PER DARE ASSISTENZA MEDICA A 25 FAMIGLIE...

Un bambino del Darfur

Un bambino del Darfur
aiuta ad aiutarlo sostieni le iniziative pro Darfur
In Darfur dal 2003 ad oggi sono state compiute esecuzioni, anche di massa, stupri, soprattutto di massa, nei confronti di donne, uomini e bambini e interi villaggi sono stati rasi al suolo. Il terrore è stato usato come pratica generalizzata e a sfondo razziale mentre lo stupro è diventato una vera e propria arma da guerra.
Il governo sudanese di Khartoum da parte sua ha bombardato senza sosta i civili, e ha reso sempre più difficili le operazioni di soccorso delle organizzazioni umanitarie nei confronti delle genti del Darfur, fino al punto di far scappare via la maggior parte delle Ong operanti nella regione sudanese e liberarsi così di scomodi testimoni di quanto accadeva in quei luoghi. La stessa tattica è stata seguita prima con i peacekeepers dell'Ua e poi con quelli dell'Onu...
Tutto il mondo è a conoscenza di quanto accade in quella remota regione sudanese e lancia denunce. Da un lato Washington parla di genocidio, dall’altro l'Onu parla di catastrofe umanitaria e di pulizia etnica.
Il tutto però resta nella totale impunità!
Intanto, dal Febbraio 2003 anno in cui è iniziata la ribellione della popolazione di etnia africana del Darfur, circa 6 milioni in maggioranza musulmana e in parte animista, contro il governo sudanese, musulmano ma integralista e soprattutto di etnia araba e bianca, è scoppiato il conflitto che ha causato finora circa 300mila morti e due milioni e mezzo di profughi. Una protesta nata per lo stato di totale abbandono e sfruttamento in cui la popolazione nera era tenuta. La repressione del governo centrale è stata spietata, soprattutto facendo uso dei Janjaweed, i diavoli a cavallo, che sono milizie nomadi di etnia araba che hanno compiuto tutti gli orrori possibili e inimmaginabili contro le genti del Darfur di etnia nera, per lo più contadini e pastori.

Il pianto di un innocente a Gaza

Il pianto di un innocente a Gaza
Ancora una volta il mondo intero si dovrebbe vergognare!!!
La guerra chi puo raccontarla? E' difficile farlo ma tutti possiamo immaginare come sia il sentire l'odore dei morti abbandonati nelle strade o sotto le macerie, il vedere i bambini che muoiono di fame accanto al cadavere della madre, il sentire il lamento dei feriti e lo strazio dei sopravvissuti, di chi si vede impotente e maledice chi gli ha portato via tutto.
Nella Striscia di Gaza siamo ormai quasi alla terza settimana di bombardamenti e inesorabilmente, come non potrebbe essere diversamente con tutta la tecnologia militare del 21° secolo che gli israeliani stanno usando, il numero dei morti tra i civili continuato ad aumentare, mentre l'esercito israeliano bombarda le loro case si moltiplicano tra i palestinesi le scene di disperazione e di dolore causati dagli effetti devastanti della guerra che certamente non sono cambiati nel tempo anzi al contrario.

Giugno 2009: La rivoluzione di velluto in Iran

Giugno 2009: La rivoluzione di velluto in Iran
Sono solidale con i persiani che manifestano

Il 12 giugno 2010 è caduto il primo anniversario delle contestate elezioni iraniane. Elezioni che decretarono la riconferma a presidente dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad. Il Paese ha vissuto le prime ora di questa giornata con una calma carica di tensione che poi, è scoppiata nel pomeriggio intorno alle 16, le 13.30 italiane con i primi scontri tra manifestanti e forze di sicurezza nei pressi dell’Università Sharif di Teheran. Era impensabile che l’opposizione iraniana del movimento riformista dell’Onda Verde si facesse scappare questa occasione per proclamare il proprio dissenso al regime degli Ayatollah. I luoghi delle sanguinose proteste post elettorali di un anno fa si sono quindi di nuovo riempiti di manifestanti. Questo, nonostante l’appello dei leader dell’opposizione, Moussavi e Karroubi, a evitare di scendere in piazza e nonostante che le forze di sicurezza avessero preso posizione in vari punti strategici del centro di Teheran per prevenire manifestazioni. Nonostante le proteste e le accuse di brogli elettorali il contestato presidente Ahmadinejad ha potuto proseguire nel suo mandato, quasi certamente usurpato, grazie all’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema. La lotta continuerà. Viva la Persia! Viva il movimento riformista!


i 44 presidenti degli Usa

i 44 presidenti degli Usa
da www.patrickmoberg.com/blog/id:420/november-4-2008

The President United States of America

The President United States of America
Barack Obama

E' morta Miriam Makeba

E' morta Miriam Makeba
Addio Mama Afrika....io continuerò a sognare...

Notes

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Italia. Violenza sessuale è allarme sociale


Dopo i recenti casi di stupri, a Roma, Bologna e Milano non si riesce quasi più a tenere il conto degli episodio di violenza sessuale che, dall'inizio dell'anno, si stanno susseguendo in Italia ad opera principalmente di stranieri. Un orribile reato che si verifica nelle grandi città metropolitane come nei piccoli centri urbani. Emergono dati da brividi dalle informazioni fornite dal Presidente facente funzioni del Tribunale di Como Giuseppe Anzani e dal Procuratore capo Alessandro Maria Lodolini. Ogni 4 giorni in Procura a Como arriva una denuncia per violenza sessuale. I fascicoli aperti tra luglio 2007 e giugno 2008 sono stati 89, tra violenze sessuali e pedofilia. Ma è solo la punta di un iceberg in quanto, il reato, per la quasi totalità è sommerso perché prevale ancora la paura e la vergogna a denunciare la violenza subita. Fino ad oggi la violenza che subivano le donne era soprattutto domestica, ma gli episodi di violenza che hanno visto protagoniste, loro malgrado, delle donne avvenuti negli ultimi giorni, per le strade, propongono una nuova emergenza. Un autorevole testimonianza è portata da Telefono Rosa che da anni conosce il fenomeno ed assiste le vittime. “Ciò che sta avvenendo dall'inizio dell'anno, precisa il presidente Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, mi preoccupa. Non so se è solo l'effetto di maggiori denunce ma, dal nostro osservatorio, non era mai stato rilevata una cosa simile”. Gli avvenimenti degli ultimi giorni non fanno altro che conferma un'allarmante costante: in testa alla classifica degli autori di stupri ci sono gli stranieri. Il triste primato vede fra i primi i romeni, seguiti da marocchini e albanesi che sembra abbiano dato il via ad una esecrabile escalation di violenza contro le donne. Assodato che nella stragrande maggioranza dei casi questi episodi sono commessi da stranieri, spesso clandestini, ora si deve dare a tutto questo uno stop. Certezza della pena, custodia cautelare in carcere per chi è accusato di violenza sessuale ed esclusione di attenuanti per chi delinque sotto effetto di alcool e droghe. Tutto ovviamente tenendo conto di due elementi fondamentali: abbattere l'allarme sociale provocato da questo tipo di reati e tutelare la dignità della vittima, che va assicurata anche nel percorso dibattimentale.
Per raggiungere un risultato anzitutto è importante l'introduzione nel ddl sicurezza dell'obbligo del carcere per chi stupra. Forse il decreto 'anti-stupro' sarà pronto per venerdì esso dovrebbe contenere, come annunciato, importanti novità: gli accusati di stupro non potranno beneficiare della libertà condizionale, ci sarà un avvocato a spese dello Stato per le vittime di violenza sessuale, arriveranno nuovi presidi di polizia con relativi stanziamenti, saranno anticipate le norme contenute nel ddl anti-molestie che la Camera ha già approvato. Tra le altre cose, ci dovrebbero essere anche aggravanti se a commettere violenza sono familiari, partner o tutori; un pesante aggravio di pena se la vittima è sotto i 14 anni; uguale trattamento, invece, se la vittima è maggiorenne o appena sotto i 18; ergastolo sicuro, se allo stupro segue la morte della vittima. Mano pesante anche per i complici: nessuna possibilità di godere dei domiciliari neppure per i favoreggiatori.

***

La scuola pubblica in Italia con la 'Riforma Gelmini'

Esprimo la mia piena solidarietà con tutti coloro che protestano contro la Legge 133/08 la cosidetta 'Riforma Gelmini'....

Le cifre presentate nel decreto fanno venire i brividi: i tagli previsti dal decreto legge 112, poi convertito nella legge 133/08, e gli ulteriori provvedimenti contenuti nel decreto 137 porteranno, a livello nazionale, ad una riduzione di circa 100mila posti tra il personale docente e di 43mila posti tra quello Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi).
Per molti, anche per i non addetti ai lavori, l'effetto provocato dalla legge che in pratica azzererà in poco tempo le faticose conquiste di anni e anni, non solo in termini di posti di lavoro, ma anche di mission- educativa e di didattica, rende il momento dei più cupi e tristi degli ultimi anni. Ai tagli vanno poi sommati, le conseguenze che scaturiranno dalla reintroduzione del maestro unico nelle scuole elementari.
L'Europa chiede più scuola, più sapere e l'Italia che fa?
Il contrario!
Rientrodurre il maestro unico è compiere, di sicuro, un passo indietro di almeno mezzo secolo. Se non addirittura si ritorna al tempo del libro cuore, senza offesa per quel libro mio compagno di tanti pomeriggi.
Perchè tutto questo? Bella domanda!
Molto probabilmente si tenta di mascherare con questa supposta riforma quello che è il vero scopo del provvedimento: incassare o meglio risparmiare in poco meno di 4-5 anni 8miliardi di euro. Questa è la cifra stimata, che dovrebbe restare nelle casse dello stato.
Un risparmio quindi certo ottenuto tagliando centinaia di migliaia di posti di lavoro ma al contempo che produrrà anche un effetto negativo: quello di un drastico ridimensionamento del servizio scolastico pubblico in favore forse di quello privato. Inoltre un'altra diretta conseguenza della L.133/08 sarà la chiusura di decine e decine di plessi scolastici.
Molte scuole, soprattutto nei piccoli centri urbani, non ci saranno più. A scomparire sarà anche un altro degli elementi cardine dell'istruzione primaria italiana: il tempo pieno. Bisogna fare attenzione, chi sostiene che il tempo pieno non sarà toccato dalla riforma o che addirittura aumenterà mente sapendo di farlo.
Rifletteteci un poco e capirete perchè!
Se prima, per ogni 2 classi, c'erano 3 insegnanti d'ora in poi sarà uno per classe, a seguire e istruire dai 20 ai 30 alunni e che svolgerà il suo orario lavorativo settimanale esclusivamente di mattina. Pertanto al pomeriggio non potrà esserci altro che un sorta di dopo-scuola, trasformando il tempo pieno di fatto in un parcheggio pomeridiano per i bambini, che nulla ha da condividere con l'offerta didattica di cui fino ad ieri, prima della 'riforma Gelmini', gli alunni potevano usufruire con il tempo pieno.

...

ARRIVERA' PER NATALE UNA 'SOCIAL CARD' AD OLTRE 1MLN DI ITALIANI 'POVERI'

C’è un detto che dice: "meglio poco che niente!".
In questo caso tra il poco e il nulla ci sono così poche differenze che è difficile distinguerli.
La 'social card, almeno per il momento, sembra più l’ennesimo spot varato dal governo che piuttosto un provvedimento serio in grado di aiutare per davvero i più bisognosi.
Nessuno però si è ricordato di dire che ogni spesa effettuata con la 'social card' in automatico sarà data una commissione alla Mastercard che è la società che ha emmesso ed è la proprietà della card.
Bhe! Almeno qualcuno di certo ci guadagnerà da questa iniziativa...
Appare strano che un'iniziativa così benefica abbia comunque dei costi accessori...stranezze tutte italiane!

***

Parole....di Abraham Lincoln

Non si può arrivare alla prosperità

scoraggiando l'impresa.
Non si può rafforzare il debole
indebolendo il più forte.
Non si può aiutare chi è piccolo
abbattendo chi è grande.
Non si può aiutare il povero
distruggendo il ricco.
Non si possono aumentare le paghe
rovinando i datori di lavoro.
Non si può progredire serenamente
spendendo più del guadagno.
Non si può promuovere la fratellanza umana
predicando l'odio di classe.
Non si può instaurare la sicurezza sociale
adoperando denaro imprestato.
Non si può formare carattere e coraggioto
gliendo iniziativa e sicurezza.
Non si può aiutare continuamente
la gente facendo in sua vece quello che potrebbe
e dovrebbe fare da sola.

USA 2008: ELETTO PRESIDENTE BARACK OBAMA

USA 2008: ELETTO PRESIDENTE BARACK OBAMA

marito e padre

i due rivali

genere umano

GIOCHI OLIMPICI DI PECHINO

GIOCHI OLIMPICI DI PECHINO
da peacereporter

23/02/2002 - 02/07/2008 Ingrid Betancourt è stata liberata!

23/02/2002 - 02/07/2008                  Ingrid Betancourt è stata liberata!
faccio mia la gioia di tutti!

Finalmente liberi!!!

Finalmente liberi!!!

Grazie a loro la Betancourt è libera

Grazie a loro la Betancourt è libera
il ministro della Difesa colombiano Santos e il generale Montoya

Grazie Uribe!!

Grazie Uribe!!
La Betancourt ha incontrato il presidente colombiano Uribe che vinse le elezioni del 2002

madre e figlia!

madre e figlia!
Yolanda Pulecio e Ingrid Betancourt

le due Betancourt

le due Betancourt
Ingrid abbraccia la madre Yolanda

La gioia della libertà riconquistata

La gioia della libertà riconquistata
Ingrid Betancourt dopo la liberazione