Con il passare degli anni, visto che l’attività da pirata rendeva più di quella da pescatore, i somali hanno abbandonato gli ideali per cui avevano iniziato e si sono trasformati in veri e propri ‘predoni del mare’. Oggi il fenomeno sta fortemente danneggiando l’economia mondiale ed è diventato un rischio enorme per i marittimi che lavorano a bordo dei mercantili. In centinaia sono caduti nelle mani dei predoni del mare che li hanno usati come ostaggi e chiesto un riscatto in cambio del loro rilascio.
Inizialmente con le loro gesta i pirati somali hanno costretto le flotte da pesca provenienti da Francia, Spagna, Giappone, Russia, Corea del Sud, India, Italia e altri Paesi ad andare a pescare altrove. Tutto questo ha finito per farli tornare a pescare tanto e a guadagnare anche 200 dollari al mese con il pescato venduto. Però, questo è durato poco. Nel 2008 la comunità internazionale, USA, Francia e Spagna in testa, si è mobilitata per combattere i pirati.
A questo punto quella stessa comunità internazionale, che non si è mai preoccupata di soccorrere queste persone e nemmeno di proteggere le coste somale dalla depredazione e distruzione, ha assunto una dura posizione contro la pirateria marittima. Negli ultimi tre anni la pirateria somala è stata dichiarata la più grande minaccia regionale del Corno D’Africa. Una definizione che deriva dal fatto che ad essere minacciata è soprattutto una delle rotte commerciali più importanti del mondo, quella che collega l’Asia con l’Europa. Forse per accentuare questo pericolo, da sempre poi, è stato fatto passare il messaggio che i pirati somali sono dei feroci banditi. Addirittura si è cercato di associarli ai terroristi islamici. Anche se ciò fosse vero, è bene ricordarsi che si è giunti a questo punto solo per il fatto che è rimasta inascoltata la voce di chi, per anni, chiedeva la restituzione di un mare e delle sue ricchezze. Un mare da dove, per secoli, ne avevano tratto felicità e prosperità le popolazioni costiere. Voci che però, nessuno ha mai trasmesso all'opinione pubblica mondiale. In questo modo si è favorito la nascita del fenomeno della pirateria marittima. Ed ora, le gesta di poco più di un migliaio di pirati somali fanno più ‘rumore’ delle stragi di centinaia di civili, in tante parti del mondo, e della pietosa situazione delle centinaia di migliaia di rifugiati e profughi in Somalia e in altre parti del continente africano.
Ancora oggi però, coloro che si dedicano alla pesca, continuano a denunciare le illegalità di sempre: pesca di frodo e scarico di rifiuti tossici in mare. Purtroppo nemmeno ora nessuno li ascolta e tantomeno interviene. Nemmeno le navi da guerra, che si trovano nel mare del Corno D’Africa per contrastare i pirati. Nascondono il loro non intervenire dietro al fatto che non hanno un mandato per operare. Ironia della sorte però, gran parte dei rifiuti e dei pescatori di frodo provengono proprio da molti dei Paesi che oggi partecipano alla coalizione navale internazionale di contrasto ai pirati somali.
Alla fine ancora una volta i veri danneggiati restano sempre loro, i pescatori. Proprio coloro i quali si ritiene siano all’origine di questa attività criminale, come l’ha definita l’ONU. Per chi si dedica ancora all’attività di pesca nel ‘mare dei pirati’, così è definito il mare infestato dai pirati somali, incrociare una nave da guerra, un mercantile o uno dei pescherecci stranieri che ‘scorazzano’ nei mari dell'Africa orientale, specie nelle acque che lambiscono le coste somale, è diventato altamente pericoloso. I pescatori infatti, da tempo denunciano di essere vittime non solo dei pescherecci stranieri, ma anche delle marine militari internazionali e delle forze di sicurezza marittime dei Paesi che si affacciano sul mare del Corno d’Africa e impegnate in operazioni di pattugliamento anti – pirateria. Pertanto, chi decide di andare in mare a pescare si ritrova a dover fronteggiare enormi rischi. Persino gli stessi predoni del mare costituiscono una minaccia per i pescatori. Numerosi di loro infatti, hanno subito i furti delle barche e dei motori. Furti che si spiegano con il fatto che poi, questi vengono utilizzati dai pirati per compiere la loro attività criminale. Molti pescherecci sono infatti, utilizzati come ‘navi madri’. Si tratta delle navi appoggio da cui poi, i pirati somali lanciano i loro attacchi ai mercantili in alto mare. Una situazione questa, che ha portato ad un progressivo calo di chi si dedica alla pesca e quindi della quantità di pescato. Anche perché chi esce in mare per pescare evita di allontanarsi dalla costa. Al massimo si allontana non oltre le due miglia marine anche se sa bene che è al largo che vi sono i pesci più grossi e pregiati come il tonno e lo sgombro. Però, in questo modo sanno bene che evitano contatti con le navi militari e le navi da pesca straniere. Di conseguenza i guadagni nel settore sono diminuiti a danno dell’economia locale.
Molti governi dei Paesi che si affacciano sul mare del Corno d’Africa sono però, corsi ai ripari. Di recente, per proteggere i pescatori kenioti, il governo di Nairobi ha adottato alcune disposizioni. E’ stata vietata la pesca tra i distretti di Kiwayu Island e Ras Kiamboni, aree a rischio pirati situate lungo il confine marino tra il Kenya e la Somalia. Mentre tutte le barche da pesca che attraverseranno la zona dell'Oceano Indiano fino a Kiunga, a 15 chilometri dal confine somalo, saranno ispezionate dagli agenti della polizia marittima keniota. I pescatori poi, dovranno recarsi presso la stazione di polizia più vicina prima e dopo le battute di pesca nelle acque territoriali del Kenya. Disposizione questa, dettata dalla volontà di voler conoscere esattamente il numero di persone che escono per la pesca, l'orario di partenza e di rientro e i giorni trascorsi in alto mare. Alle imbarcazioni civili, invece, non sarà permesso viaggiare dopo le ore 18. Tanti pescatori non sono più tornati senza che nessuno sappia cosa gli sia capitato. In molti casi ‘marciscono’ in una prigione, ma in molti altri giacciono in fondo al mare.
Nei mesi scorsi è stato diffuso un rapporto dal titolo: ‘Il costo umano della pirateria somala’. Si tratta di un documento recuperabile dal sito web
http://oceansbeyondpiracy.org/cost-of-piracy/human-cost-somali-piracy
Ebbene esso non riporta alcuna indicazione secondo cui i pescatori dei mari dell’Africa Orientale, sono da tempo, vittime delle guardie armate delle società di sicurezza private o dei marinai delle navi da guerra che li uccidono o li imprigionano scambiandoli per pirati. Eppure da più parti giungono denuncie in tal senso. Il problema è reale e nasce soprattutto dal fatto che molti pescatori somali escono in mare aperto portando con se un’arma. Si tratta di una vecchia usanza nata dalla necessità di potersi difendere dai ladri. Purtroppo di questi tempi però, vedere un uomo armato in pieno Oceano è per molti sinonimo di pirata. Ed ecco che nasce l’equivoco. Un sospetto alimentato anche dal fatto appunto che il fenomeno della pirateria marittima è nato proprio dai pescatori.
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